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Homefront: The Revolution – Recensione

Homefront: The Revolution ha avuto uno sviluppo travagliato che è passato di mano in mano, cosa che ha minato la qualità finale del gioco. Il titolo, infatti, è passato da THQ a Crytek UK che ne cambiò la struttura, trasformandolo in un open world. La società tedesca, nella sua divisione britannica, ha poi venduto la proprietà intellettuale a Koch Media, la società madre di Deep Silver, la quale ha affidato lo sviluppo a Dambuster Studios. Insomma, Homefront: The Revolution non ha avuto vita facile e ciò si è ripercosso sul prodotto finale.

Il primo Homefront, nonostante un buonissimo comparto multiplayer, non ha certo brillato per originalità del gameplay, ma era dotato di un contesto accattivante. Questo secondo capitolo può essere considerato un reboot e attinge proprio dal contesto storico fittizio visto in Homefront: la conquista da parte della Corea del Nord degli Stati Uniti d’America.

Una Resistenza muta

 

homefront-the-revolution-recensioneLa trama è molto semplice da spiegare. La Corea Del Nord è diventata la potenza più influente della Terra, ma al contrario di come si possa pensare, non è più uno stato comunista che mira alla distruzione del capitalismo: diventa essa stessa una roccaforte degli ideali capitalisti. In questo scenario, ci si sposta in un futuro distopico in cui, nel 2025, l’economia statunitense collassa e si chiede aiuto proprio alla Corea Del Nord. Il primo ministro coreano John Tae-Se sfrutta l’occasione per occupare gli Stati Uniti.

Il gioco è ambientato nel 2029, quando ormai l’occupazione nordcoreana è arrivata al limite. Le città sono perennemente sotto legge marziale e gli abitanti devono rispettare un rigidissimo coprifuoco. In un contesto in cui ogni libertà è negata, resiste una frangia di pochi uomini e donne che cercano di ristabiliare l’ordine nelle cose. Questo pugno di soldati veri e/o improvvisati dà vita a varie cellule della Resistenza, tra cui spicca ” La voce della libertà” che ha sede a Philadelphia. Il protagonista del gioco, che andremo a impersonare, è Ethan Brady, il quale viene arruolato e si unisce alla lotta contro l’EPC, l’esercito nordcoreano.

homefront-the-revolution-recensioneUna cosa va subito detta riguardo al protagonista. Ethan non parla, è completamente muto. Il suo stato non ha attinenza con la trama, non è una condizione fisica dovuta a qualcosa di traumatico. Il team di sviluppo ha deliberatamente scelto di non doppiare Ethan Brady. Non sappiamo che tipo di esperienza narrativa volessero regalare ai giocatori con questa decisione, forse erano convinti che sarebbe aumentata l’immedesimazione. A noi qualche dubbio viene sulla bontà di questa mancanza di parole del protagonista. Anche quando gli altri personaggi gli faranno delle domande, lui rimarrà zitto, ma verrà sempre compreso anche se dovesse trovarsi a chilometri di distanza. Doppiarlo sarebbe stato molto meglio. Ethan Brady così diventa un semplice fantoccio da portare da una parte all’altra della mappa, un tizio senza volto e senza carisma.

Un comparto tecnico bello ma lento, lentissimo

 

Homefront: The Revolution sul piano grafico è bello da vedere. La città di Philadelphia riesce a esprimere tutto il potenziale di una città in disfacimento. Gli scontri a fuoco e il nostro peregrinare avvengono in un contesto realistico e convincente. Case abbandonate, edifici diroccati, quartieri invasi da immondizia, macerie e la costante presenza dell’EPC che controlla ogni movimento con carri pesanti, droni e ronde che non lasciano scampo agli intrusi o a semplici abitanti innocenti che sono capitati in zone riservate per sbaglio. Nella città spesso sentiremo messaggi che “invitano” le persone a non lasciare le proprie case, a non entrare nelle zone riservate all’EPC, a non commettere reati, pena una morte prematura per mano dell’implacabile giustizia nordcoreana.

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Anche i modelli poligonali e le espressioni facciali dei personaggi sono ben realizzati. Cresce, dunque, il rammarico per quello che avrebbe potuto dare Homefront: The Revolution e che, invece, non ha dato. Questo comparto tecnico è rovinato da orrori imperdonabili. Bug à gogo e frame rate imbarazzante per un qualsiasi gioco, figuriamoci per un fps. Parlando del frame rate, siamo di fronte a cali che minano l’esperienza di gioco in qualsiasi frangente. Durante le sparatorie, il frame rate scende anche sotto i 20 fps impedendo sia la mira sia la possibilità di usare un minimo di tattica. Partiamo da un presupposto: Homefront: The Revolution è un gioco abbastanza difficile anche alle difficoltà più basse. I soldati dell’EPC sono ben equipaggiati, hanno al loro fianco strumenti e veicoli portatori di morte e distruzione, sono addestrati a colpire con una velocità e una precisione disumane, se poi aggiungiamo che durante le fasi open world non potremo mettere il becco fuori dal nostro rifugio senza essere sforacchiati a vista, il gioco è fatto.

Non sussisterebbe alcun problema se la difficoltà del gioco fosse legata solo a questi fattori. Sarebbe una difficoltà giusta e democratica. In realtà, Homefront è quasi impossibile in alcune sequenze proprio a causa del frame rate. Il gioco rallenta talmente tanto da rendere ostico e frustrante mirare ai nemici, mentre colpirli a volte è utopia. Il consumo di proiettili è dovuto al fatto che il lag sposta letteralmente il nemico dalla nostra visuale, senza che ce ne accorgiamo, piuttosto che alla nostra incapacità. I cali di frame rate raggiungono lo zenit durante i salvataggi. Il gioco, quando apparirà l’icona del salvataggio automatico, freezerà per quasi due secondi. Una roba allucinante per un gioco dell’attuale generazione.

E i bug?

 

homefront-the-revolution-recensioneAbbiamo parlato di bug. Ve ne raccontiamo almeno tre: due che ci sono capitati personalmente e uno, nella missione finale, che ha mandato in vacca le partite di molti giocatori, ma che fortunatamente a noi non è toccato. Il primo ci ha impedito di andare avanti normalmente nella storia a causa di un salvataggio inopportuno nel punto preciso di una nostra morte. Ogni volta che ricaricavamo il checkpoint, ci dava all’istante missione fallita. Siamo riusciti ad aggirarlo caricando un save precedente e non morendo proprio sul salvataggio automatico. Il secondo bug è più “simpatico”. Durante una cutscene, uno dei personaggi è stato “raddoppiato”. Nella stanza vedevamo due volte lo stesso personaggio, ma uno di essi era un modello compenetrabile e immobile. Il bug della missione finale impedisce, invece, ai camion che trasportano i missili SAM di proseguire a causa di un oggetto non ben identificato che blocca la strada. Insomma, per finire il gioco bisogna sudare un intero guardaroba. Il gioco è già difficile di suo, non sentivamo il bisogno di questi problemi che ne aumentassero la complessità.

Un Assassin’s Creed sparatutto

 

Guardando nell’insieme al gameplay di Homefront: The Revolution, abbiamo avuto l’impressione che Assassin’s Creed sia stato una fonte preziosa per Dambuster Studios. Un open world in cui bisogna stare attenti a dove si va e a chi si incontra per non far scattare allarmi, un titolo in cui lo stealth è la strada preferibile considerando che ogni sezione della città (divisa in zone rosse e zone gialle) è praticamente bandita al giocatore, stealth che si tramuta subito in action se si viene rilevati, un titolo con fasi platform molto presenti e fondamentali per andare avanti e per passare inosservati. Tutte caratteristiche che accomunano i due titoli.

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Abbiamo parlato di fasi platform. Ebbene, bisogna ammettere che, se non si fa caso al frame rate che impedisce anche il movimento più elementare, queste sono fatte discretamente bene. Il giocatore durante la sua missione, dovrà, tra le altre cose, cercare ambienti che possano fare da rifugi per la Resistenza. Per farlo, avremo la necessità di entrare in edifici in decadimento e non più abitati o in luoghi dove c’è una presenza massiccia dell’EPC, trovare oggetti lì nascosti, riattivare centri di connessione, come antenne, o disattivare torrette dei droni. Una volta fatto ciò, il rifugio sarà a disposizione nostra per prendere nuove missioni, comprare armi, esplosivi, attrezzatura, potenziamenti e utensili per fabbricare da soli molotov, sistemi di manomissione e quant’altro. Entrare in questi edifici, però, non sarà una passeggiata. Il platform sarà necessario quasi sempre, obbligandoci a cercare un’entrata diversa da quella principale.

Come abbiamo più volte ripetuto, camminare per le strade di Philadelphia sarà un calvario. I soldati dell’EPC non appena vedranno un nostro piede daranno l’allarme. Se non si è in missione, questo può diventare frustrante. Avremmo preferito un sistema di sorveglianza meno punitivo, che ci consentisse di girovagare senza la paura di essere presi a colpi di mitra ogni due per tre. Che i soldati ci diano la caccia va bene, ma perché devono farlo anche quando non stiamo facendo nulla di male?

Valutazione finale

 

La longevità del gioco si attesta sulle 20 ore per la campagna, ore che aumentano portando a termine tutti gli obiettivi secondari. Il multiplayer non è all’altezza del primo Homefront: esso consta di sole 6 missioni che si ripetono all’infinito.

Homefront: The Revolution forse non sarebbe mai diventato una killer application, ma con un po’ di dedizione in più e con molta più attenzione avrebbe potuto dire la sua nella selva di fps tutti uguali. Gli errori commessi in fase di sviluppo, il continuo passaggio di consegna del titolo e un rilascio troppo frettoloso gli impediscono di raggiungere la sufficienza.

Voto finale: 5

 

 

Laureato in Lettere Moderne, appassionato di videogiochi ormai da tanto, troppo tempo. Il suo genere preferito è il survival horror. Adora la saga di Silent Hill

Laureato in Lettere Moderne, appassionato di videogiochi ormai da tanto, troppo tempo. Il suo genere preferito è il survival horror. Adora la saga di Silent Hill

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