Menu

Breve guida ai livelli di difficoltà dei videogiochi – Terza Parte

Siamo giunti alla terza e ultima parte della nostra breve guida ai livelli di difficoltà dei videogiochi. Possiamo già sentire i sospiri di sollievo di chi non ce la faceva più a leggere tante castronerie messe insieme. Questo perché, ricordiamo, la nostra guida ai livelli di difficoltà dei videogiochi è tutto tranne che una cosa seria. Meglio ribadirlo prima che qualcuno possa riconoscersi in una delle categorie descritte nella prima e seconda parte e minacciarci di romperci le console. Questa terza parte, ovviamente, tratterà del livello difficile.

Il livello difficile nei videogiochi è spesso visto come il metro di giudizio per capire l’effettiva capacità di un giocatore joypad alla mano. Esistono varie modalità difficili all’interno di un videogioco, infatti, capita che, terminando un gioco impostando questa difficoltà, se ne sblocchi una ancora più ardua. Queste modalità molto difficili a volte prendono un nome coerente con l’avventura che si sta giocando. Ad esempio, il livello successivo a quello difficile in Deus Ex: Mankind Divided si chiama Non ho chiesto io tutto questo, adottando quindi la frase che Adam Jensen pronuncia in maniera ammorbante.

In questa terza parte della guida ai livelli di difficoltà dei videogiochi abbiamo però deciso di raggrupparli tutti, enunciando i profili psicologici di chi decide, anche contro un parere medico, di scegliere il livello difficile o quello addirittura successivo.

Breve guida ai livelli di difficoltà dei videogiochi – #Difficile

 

Prima di descrivere i vari “tipi” che formano la folta fauna dei giocatori che selezionano il livello difficile, va detto che c’è un leitmotiv che li accomuna un po’ tutti: il livello di sfida. Per i giocatori del livello difficile i videogiochi devono avere un livello di sfida alto, altrimenti il titolo è brutto e inutile, mentre gli sviluppatori che lo hanno creato sono persone cattive, incapaci e con genitrici molto popolari.

Molti di essi sono amanti della grafica, ma non sempre. Ciò che, invece, proprio non ritengono importante è la trama. Il videogioco in questione potrebbe essere stato scritto dai più grandi sceneggiatori su piazza, ma a chi seleziona il livello difficile non importerebbe. Deve avere un alto livello di sfida, punto.

Vediamo, dunque, quali sono i profili più comuni tra i giocatori del livello difficile:

  • Cacciatore di trofei: uno dei più diffusi, se non quello attualmente più in voga. Una volta i videogiochi premiavano il loro completamento con degli extra a cui si accedeva dal menu apposito: making of, bozzetti, livelli bonus. Nell’era degli obiettivi e dei trofei invece è il “trophies hunter” a farla da padrone. Il cacciatore di trofei ha un unico scopo: ottenere il platino o i 1000 punti G. Una volta inserito il disco nella console, caratterizzazione dei personaggi, trama, sonoro, il videogioco stesso passano in secondo piano. Senza il platino il videogioco non può essere considerato completato. Il suono di sblocco di un trofeo procura piacere fisico. Per andare dritti al punto, il livello più difficile è la scelta obbligata. Finire un gioco in quella modalità, infatti, garantisce lo sblocco dei trofei legati alle modalità più semplici.
  • Esibizionista: questa categoria è la conseguenza di quella precedente. A che serve sbloccare il platino se nessuno può ammirare l’impresa titanica? L’esibizionista vuole mostrare gamertag e profilo a tutti i suoi amici che, invece, devono accontentarsi di qualche trofeo d’argento e di una moltitudine di bronzi. L’esibizionista è uno dei più fastidiosi esemplari a cui dedichiamo la guida ai livelli di difficoltà dei videogiochi.
  • Culturista: assomiglia per il suo modus operandi all’esibizionista, ma ha diritto a un posticino tutto suo nella lista. Anche il culturista gode nel vedere i suoi successi in ambito videoludico, ma è meno invadente. Avete presente quei palestrati che, invece di fare gli esercizi quotidiani, si mettono in pose assurde davanti allo specchio per ammirare i propri muscoli? Ecco, il culturista del livello difficile ha un’indole tutto sommato timida, ma a qualcuno deve pur mostrare il proprio platino senza passare per uno stalker: così lo guarda da solo compiacendosi.
  • Competitivo olimpico: se la competizione fine a se stessa fosse una disciplina olimpica, lui avrebbe una bacheca piena di medaglie d’oro, anzi, di platino. Il competitivo olimpico chiede i record videoludici a tutti gli altri giocatori e, se si accorge che qualcuno è riuscito a finire un titolo al livello difficile in minor tempo e morendo un numero inferiore di volte, fa scattare una sfida che farebbe rabbrividire anche gli scacchisti Anatolij Karpov e Garry Kasparov.
  • Iperrealista: l’iperrealista non si accontenta di un gioco difficile, questo deve essere anche più reale del reale. Se il protagonista del gioco non muore con un sol colpo o se è in grado di saltare da molto in alto senza farsi male, allora quel videogame è un’offesa alle sue abilità. Inutile spiegargli che i videogiochi sono tutti così, che si tratta di prodotti di fantasia e che se si morisse davvero con un sol colpo, nessuno giocherebbe più ad alcunché. L’iperrealista non vuole sentire ragioni e pretende un’esperienza al limite delle possibilità umane.
  • Perfezionista: il perfezionista non poteva non essere aggiunto alla nostra breve guida ai livelli di difficoltà dei videogiochi. L’individuo in questione non si ferma al mero completamento di uno stage o di un capitolo al livello difficile, lo vuole sviscerare. Il perfezionista cerca in ogni anfratto del livello potenziamenti, oggetti utili per il gioco, ma anche collezionabili assolutamente senza senso e inseriti solo per allungare il brodo. Ma è in alcuni generi videoludici che il perfezionista dà il meglio di sé: lo stealth, ad esempio. Guai a far scattare un allarme o a uccidere un solo nemico, anche per sbaglio. La sua ira sarà potentissima. Il suo modo di operare sarà ancora più maniacale in giochi come Metal Gear Solid, dove farsi scoprire anche una sola volta in 30 ore di gioco è visto come un’onta da lavare col sangue, attraverso sacrifici umani offerti a Kojima.
  • Inquisitore: come descritto nei capitoli precendenti della guida, i giocatori dei livelli facile e normale non sono sempre ben visti. Entra in gioco l’inquisitore. Lui ha sgobbato per finire un gioco al livello più terrificante e pretende che anche gli altri facciano lo stesso. Se viene a sapere che qualche suo amico ha invece selezionato un livello più semplice, va in escandescenze e prepara la tortura più adeguata: far giocare quello che lui considera un inetto con un joypad fatto di chiodi arrugginiti.
  • Evocatore di divinità: anche se il videogioco si dimostra troppo difficile, anche se non riesce a passare oltre il secondo livello o a sconfiggere quel maledetto boss, l’evocatore di divinità non penserà un solo secondo a cambiare il livello di difficoltà, ma si limiterà ad andare avanti imprecando e minacciando tutte le divinità di ogni religione esistente, anche le più pacifiche. L’evocatore di divinità è il gamer che rischia più di tutti, a parte una scomunica con tanto di bolla papale, un ricovero d’urgenza.
  • Souls-like gamer: esemplare abbastanza recente. Il souls-like gamer pensa che i giochi difficili siano solo i Dark Souls e le loro incarnazioni (Bloodborne). Se un gioco è più complesso rispetto alla media, allora per lui è un souls-like. Molti boss, nemici grandi e incazzati, trappole mortali e un livello di sfida alto? Si tratta di un clone di Dark Souls. Come se prima del titolo From Software non esistessero videogiochi. La parola che usano per riconoscersi tra di loro è: LORE.
  • Retrogamer molesto: l’ultimo profilo della guida ai livelli di difficoltà dei videogiochi è il retrogamer molesto. Per lui oggi non esistono più i videogames difficili. Infesta forum e gruppi di Facebook decantando le lodi di giochi usciti trent’anni fa su consoles dai nomi improponibili. Vorrebbe tornare all’età della pietra per poter ”riassaporare” il gusto sublime del livello di sfida che solo i giochi di una volta possedevano. Il retrogaming è una risorsa importantissima, ma il retrogamer molesto te lo fa odiare spingendoti a ingiuriare anche il tuo gioco preferito di infanzia.

 

La Difficulty War è la nuova Console War

 

Se non bastava la Console War, i giocatori sono diventati protagonisti di un altro tipo di guerra fratricida: la Difficulty War. Chi sceglie il livello facile ostenta una vita sociale che, a suo dire, non avrebbe chi decide per il livello difficile; viceversa, i giocatori appena descritti nella terza parte della guida ai livelli di difficoltà dei videogiochi non vedono di buon occhio chi sceglie la via più semplice. I videogiocatori sono litigiosi? Non crediamo che lo siano di natura, anzi, vogliamo concludere questa guida tra il serio e il faceto, anzi, solo faceto, con una considerazione banale (tanto la dignità l’abbiamo già persa stilando questa baggianata). Siamo tutti accomunati da una passione fortissima che da molti ”esterni” è vista come una perdita di tempo e senza dignità culturale. Noi gamer sappiamo benissimo, invece, che non è così. L’arte, tali sono i videogames, deve unire e non creare fazioni, in qualsiasi modo ognuno la viva. Qualsiasi console e livello di difficoltà scegliate, l’unica parola d’ordine è: divertirsi!

Link: Prima parte della guida – #Facile

Seconda parte della guida – #Normale

Laureato in Lettere Moderne, appassionato di videogiochi ormai da tanto, troppo tempo. Il suo genere preferito è il survival horror. Adora la saga di Silent Hill

Laureato in Lettere Moderne, appassionato di videogiochi ormai da tanto, troppo tempo. Il suo genere preferito è il survival horror. Adora la saga di Silent Hill

No comments

Lascia una risposta

Da non perdere

Intervista a Daniele Fabbri

Non dimenticare nulla di importante