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Recensione Ico: tra passato, presente e futuro

Se dovessimo enucleare una delle caratteristiche principali del mondo videoludico odierno, senza dubbio ci verrebbe in mente la velocità. Il settore è in continua e costante espansione, ogni mese è contrassegnato dall’uscita di moltissimi titoli, non importa quanti essi siano di preciso, ma sempre più di quelli che umanamente riusciremmo a giocare; tutti siamo proiettati verso la prossima uscita, verso il prossimo capitolo della nostra saga preferita. In una parola: siamo tutti proiettati verso il nuovo. A questo punto molti di voi si staranno chiedendo, dopo tutto il preambolo appena fatto, quale sia il senso di una recensione di Ico: perché soffermarsi su un gioco di due generazioni fa? Perché andare a scavare il vecchio quando ci sono così tanti giochi nuovi da provare? E, soprattutto, che senso ha parlare, nel 2016, di un gioco uscito quasi 15 anni fa?

Questa recensione non vuole essere una semplice “riscoperta del passato”, sarebbe troppo banale citare una pietra miliare, un classico del passato, e limitarsi a snocciolare tutte le caratteristiche che l’hanno reso ciò che conosciamo tutti. Il nostro scopo è quello di elencare i motivi per cui Ico deve essere giocato, anche a tanti anni dalla sua uscita, esporre le ragioni per cui un videogiocatore odierno deve assolutamente vivere l’avventura di Fumito Ueda, svelarvi le sensazioni e le emozioni che questo titolo comunica ancora oggi. Vogliamo cercare di analizzare un capolavoro del passato con gli occhi di un utente moderno, tutto per rispondere ad una semplice ma fondamentale domanda: perché Ico merita di essere giocato?

Ico: un tuffo nel passato

 

Ico recensione

Se non conoscete il titolo pubblicato da Sony Computer Entertainment, se l’avete solo sentito nominare, se siete rimasti affascinati dai gameplay di The Last Guardian e volete saperne di più su uno dei suoi predecessori spirituali, questa recensione è quello che fa per voi. Il protagonista è Ico, un bambino come tanti altri se non per una singolare caratteristica: dalla testa del bimbo spuntano un paio di piccole ma vistose corna, e proprio questa sua “peculiarità” sarà alla base della sua avventura. Nelle prime fasi di gioco osserveremo delle guardie armate accompagnare il nostro giovane eroe all’interno di una misteriosa costruzione: si tratta di un castello, edificato su dei pilastri di roccia nel bel mezzo del mare, in cui Ico viene imprigionato e abbandonato. Riuscito a liberarsi per puro caso, il protagonista farà la conoscenza di Yorda, una fanciulla dalla carnagione pallida e dall’aspetto etereo, che sembra quasi emanare luce dal suo corpo, e anch’ella prigioniera nell’oscura fortezza; tra i due si creerà subito un forte legame affettivo, che spingerà il nostro piccolo avventuriero a proteggere la sua giovane e silenziosa amica da tutti i nemici presenti nel castello, e a cercare una via d’uscita che possa garantire la libertà ad entrambi.

Ico recensioneNonostante la versione da noi provata sia la remastered, comprensiva anche di Shadow of the Colossus, uscita nel 2006 per Playstation 3, Ico, seppur tirato a lucido, mostra subito di essere un titolo attempato, e non potrebbe essere altrimenti: 15 anni sono tantissimi, un’era geologica del mondo videoludico. Nonostante l’ammodernamento grafico, il titolo mostra i difetti che hanno caratterizzato molti dei giochi usciti in quella sesta, mitica, generazione di console: è assente qualsiasi tipo di tutorial, i comandi ed i movimenti del personaggio sono legnosi e spesso imprecisi, anche a causa di una telecamera fissa, non facilmente regolabile e tutt’altro che performante. Tutti questi limiti tecnici si estendono, ovviamente, anche a Yorda: la vostra compagna di viaggio si sposterà prevalentemente su binari preimpostati, spesso potrebbe misteriosamente ignorare i vostri comandi, come rifiutarsi di fare un salto, di afferrare la vostra mano per salire su un piano sopraelevato, facendovi perdere tempo nella migliore delle ipotesi, o diventando facile preda delle creature d’ombra nella peggiore.

Ico recensioneTutte le caratteristiche ora elencate, che, come precisato, rappresentano in gran parte limiti tecnici, tipici di molti giochi più “anziani”, potrebbero andare ad influenzare l’esperienza di gioco di coloro che sono abituati alle moderne produzioni. Probabilmente in molti non sopporterebbero l’idea di non riuscire ad aggrapparsi ad una sporgenza solo perché non si è eseguito il salto non modo corretto, il cadere nel vuoto per problemi di telecamera fissa, l’assenza di salvataggi automatici, il dover errare senza una meta chiaramente indicata sulla mappa di gioco, dovendo, tra l’altro, attendere le mosse di una compagna di viaggio lenta, impacciata e totalmente indifesa. I giochi odierni sono dotati di tutti i comfort e sono “a prova di utente”: è praticamente impossibile perdersi, si sa sempre la perfetta localizzazione dell’obbiettivo e come raggiungerlo, e la costante presenza di cutscene andrà a rendere la narrazione quasi invadente. Un gioco di vecchia concezione come Ico, in quanto privo di tutte le innovazioni tecniche raggiunte negli ultimi anni, metterebbe a dura prova i nervi di un giocatore contemporaneo, spingendolo ad abbandonare il titolo dopo pochi minuti di gameplay. Ecco allora tornare la domanda che ci siamo posti all’inizio: perché Ico merita di essere giocato? O, più precisamente, perché merita di essere giocato ancora oggi? La risposta è presto data: perché Ico è un titolo unico nel suo genere, un’eccezione nel panorama videoludico mondiale, che ha toccato dei picchi artistici altissimi e ancora perfettamente percepibili, nonostante lo scorrere del tempo.

Uno spettacolo di luce e ombra

 

Ico recensione

A tanti anni di distanza, certi colpi d’occhio fanno ancora il loro effetto.

Quando si parla del lato artistico di un gioco si tende spesso, troppo spesso, a limitare il discorso al lato meramente grafico del gioco, finendo, così, col far passare un concetto estremamente limitato di game design. Nonostante Ico fosse un titolo tecnicamente eccelso già nel 2001, c’è una sua caratteristica che lo rende, ancora oggi, unico nel suo genere: il suo taglio artistico. Tutto il gioco ruota attorno al concetto dell’eterno conflitto tra luce ed ombra: Yorda sembra “brillare di luce propria” mentre le creature che cercheranno di ghermirla sono fatte di ombra; molte delle stanze del castello saranno avvolte nell’ombra e Ico, risolvendo determinati enigmi, vi farà rientrare la luce; una creatura fatta d’ombra vi sbarrerà la strada, chiudendo l’unica via d’uscita dalla prigione, e il nostro intrepido protagonista la riaprirà sfruttando proprio la luce. L’elenco potrebbe essere ancora lunghissimo, ma preferiamo soffermarci su un ulteriore aspetto, che ci fa apprezzare ancora di più il gioco di luci ed ombre, e ci fa capire come essi siano complementari: dopo le stanze più buie saremo sempre accolti dalla luce, spesso e volentieri sarà proprio quest’ultima a guidare il nostro cammino, che dovrà, però, inevitabilmente passare attraverso l’oscurità, finendo, così, col “purificarla”. La luce e l’ombra garantiscono dei colpi d’occhio capaci, ancora oggi, di mozzare il fiato: basti osservare tutti i paesaggi che è possibile ammirare dalla cinta muraria, o il colore candido del castello, capace al tempo stesso di contenere tanta oscurità al suo interno, oppure i raggi di luce che, da un’apertura nella roccia, squarciano l’oscurità delle caverne nei pressi della Gondola, oppure ancora alla luminosità, quasi accecante, della fase finale del gioco, capace essere un tutt’uno, quasi di fondersi, con il bianco della sabbia, con la spuma del mare e con la pallida carnagione di Yorda.


Se da un punto di vista visivo Ico ha, ancora oggi, un impatto notevole, anche il comparto audio non è da meno, e anzi, imprime al gioco una chiara connotazione orientale. Durante la vostra avventura, sarete completamente avvolti dal silenzio più totale, interrotto solo dal rumore dei vostri passi, dalle voci di Ico e Yorda, o dai sinistri rumori causati dai mostri d’ombra. La colonna sonora, seppur di primissimo livello, farà capolino in pochi momenti, prevalentemente all’inizio e alla fine della vostra avventura. Questa scelta stilistica rende l’esperienza di gioco ancora più immersiva, e toccherà il suo apice quando vi ritroverete nelle zone aperte, o sulla sommità delle mura, e le uniche cose che sentirete saranno il rumore del vento, il verso degli uccelli e il lontano rumore del mare. Tutto questo, inutile sottolinearlo, non è stato minimamente intaccato dai 15 anni trascorsi dalla sua uscita, Ico è capace di meravigliare ancora oggi, e riesce a farlo con la sua semplicità e la maestosità dei concept art che il Team Ico è stato capace di creare.

Ico: un’esperienza breve ma intensa

 

Ico recensioneUno dei punti a sfavore del gioco è senza dubbio la sua longevità: Ico è breve, forse troppo breve, può essere completato in 3/4 ore di gioco, o addirittura in 2 se si va di speedrun. Tuttavia, se deciderete di correre, se vorrete finire il gioco nel più breve tempo possibile, potreste compromettere la vostra esperienza. Quello che Ico ha da proporvi è qualcosa di unico nel suo genere, da gustare lentamente per poterne apprezzare tutte le sfumature, anche quelle più nascoste. Il grosso del tempo lo trascorrerete a risolvere enigmi, a comprendere il mistero che si cela dietro lo sventurato destino che accomuna Ico e Yorda, ad esplorare il castello che li tiene prigionieri, ma questa esplorazione non sarà mai fine a se stessa. In molti casi, nonostante sia possibile imboccare strade sbagliate, anche un vicolo cieco potrebbe condurvi ad un punto panoramico, facendovi trascorrere qualche istante ad ammirare la splendida visuale che vi troverete davanti, e capirete di non aver perso tempo.

Ico rappresenta una delle massime espressioni del videogioco giapponese, in tutte le sue caratteristiche: pochi filmati, una narrativa per nulla invadente, che lascia quasi completamente al giocatore la ricerca della trama, e che spinge l’utente ad osservare, ad ascoltare, ma, soprattutto, a contemplare. Ico è un gioco che va giocato in silenzio, perché solo col silenzio è possibile coglierne la grandezza, solo attraverso il silenzio il gioco potrà esprimere tutto il suo potenziale, lo stesso silenzio che caratterizza l’interazione tra il protagonista e Yorda: saranno pochi i dialoghi tra i due, e nonostante tutto riusciremo a comprendere quanto forte sia il legame (amicizia? Amore? Non sappiamo dirlo) che si è creato tra i due. Prendetevi tutto il tempo necessario, sentitevi liberi di esplorare ogni area di gioco, perché lì, proprio dove meno ve l’aspettate, potrebbe celarsi una meraviglia che  aspetta solo di essere scoperta.

Valutazione finale

 

Ico recensione

Attenzione: l’eroe riposa.

Non possiamo non aprire quest’ultima fase della nostra recensione con le domande da cui siamo partiti: Ico merita di essere giocato nel 2016? E perché? La risposta alla prima questione non può che essere un grande e fragoroso “si”, Ico, per tutte le ragioni che vi abbiamo spiegato, è un capolavoro assoluto del genere, che merita di essere scoperto da tutti i giocatori più giovani, e riscoperto da tutti i gamer un po’ più attempati, che di sicuro non ne avranno dimenticato le atmosfere. Il perché valga la pena preferirlo a gran parte dei prodotti moderni sta un semplice punto: Ico riesce ad emozionare, toccando delle corde che altri titoli possono soltanto immaginare e, seppure il comparto tecnico sia oramai sorpassato, riesce ancora oggi a stupire, a meravigliare, a sbalordire tutti quelli che decideranno di avventurarsi nei meandri del castello avvolto nella nebbia. Pur entrando in punta di piedi nel panorama videoludico, Ico lo ha rivoluzionato, e ha gettato le basi per altri due capolavori: Shadow of the Colossus, nato da un progetto, inizialmente scartato, proprio del primo gioco diretto da Fumito Ueda, e dall’oramai prossimo The Last Guardian, che, in base a quanto abbiamo finora visto, ne riprenderà le meccaniche e le tematiche.

Chiunque deciderà di tuffarsi in questa stupenda storia, dal taglio profondamente orientale, non ne rimarrà deluso, e scoprirà la differenza che corre tra un buon prodotto e un capolavoro, capace di resistere alla ruggine, di rimanere sempre giovane, e di reggere il paragone con giochi forse più blasonati, ma incapaci di conquistarci quanto quello strano bambino con le corna, senza muscoli scolpiti, senza armi potenti o super poteri per essere degli eroi, ma con un cuore puro, tanto coraggio, una persona da salvare e la voglia di essere artefice del proprio destino. Un classico senza tempo, da giocare, da avere nella propria collezione e da vivere fino all’ultimo istante.

VOTO 9/10

 

Nasce a Torre del Greco nei favolosi anni 80, e scopre sin da subito le sue due grandi passioni: la musica e i videogiochi, e decide di coltivarle entrambe. Anni dopo scopre il giornalismo, e dopo aver scritto per diversi siti web, crea Nerdmonday.

Nasce a Torre del Greco nei favolosi anni 80, e scopre sin da subito le sue due grandi passioni: la musica e i videogiochi, e decide di coltivarle entrambe. Anni dopo scopre il giornalismo, e dopo aver scritto per diversi siti web, crea Nerdmonday.

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